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Monticelli

La mia storia

1978 L’inizio

Sono nato nel 1978.

È da qui che parte tutto: una storia che negli anni avrebbe intrecciato tecnologia, lavoro, passioni, persone e progetti molto diversi tra loro.

1987 Il primo computer

Da piccolo, nel calzaturificio di mio padre, vedevo già grandi terminali Olivetti collegati a un’unità centrale. Mi affascinavano quelle macchine enormi, quei monitor, quei sistemi che all’epoca sembravano quasi misteriosi.

Probabilmente è anche da lì che è nata la mia curiosità per i computer.

Così, intorno ai nove anni, mio padre mi comprò il mio primo computer: un Olivetti M19, acquistato alla SCS di Fermo.

Il titolare, Carlo Menozzi, era un suo caro amico e io ero amico di suo figlio Marco. Una delle cose che più ci accomunava era proprio la passione per i computer: passavamo ore davanti al PC tra giochi, prove ed esperimenti.

Le console non ci hanno mai attirato particolarmente. Noi eravamo decisamente dalla parte dei computer.

Se devo cercare un punto di partenza per quella passione, probabilmente è questo.

Nota storica

L’M19 era un PC con pochissima memoria e Windows 1.0.

Scrivania degli anni Ottanta con un Olivetti M19 acceso, tastiera, floppy disk e poster alle pareti
Olivetti M19. Ricostruzione d’ambiente.

1988 La prima macchina fotografica

In occasione della Prima Comunione ricevetti in regalo la mia prima macchina fotografica.

Da lì iniziò una passione che, in forme diverse, mi avrebbe accompagnato negli anni.

La compatta Haking CFE 35 con il cinturino nero e rosso, su un tavolo di legno, tra rullini 35 mm e stampe di paesaggi e borghi
La mia prima macchina fotografica, ricevuta nel 1988 per la Prima Comunione.

La fotografia

1990–1995 Il mondo comincia ad accelerare

Dopo l’M19 arrivò un Olivetti 386 e, qualche anno più tardi, il 486.

Il salto rispetto a quello che avevo conosciuto fino a quel momento fu enorme. Con Windows 3.1 il computer cominciava a diventare qualcosa di molto diverso: più immediato, più ricco, con possibilità che sembravano aumentare continuamente.

Poi arrivò Internet.

Erano gli anni dei modem a 14.400 e 28.800 bps, del rumore della connessione, della linea telefonica occupata e di velocità che oggi sembrerebbero quasi impossibili da utilizzare.

Con Netscape iniziai a esplorare un web ancora piccolo, lento e completamente nuovo. Ogni sito era quasi una scoperta e non c’era ancora la sensazione di sapere dove tutto questo sarebbe potuto arrivare.

A ripensarci oggi, è impressionante quanto sia cambiato il mondo da allora.

1992–1997 Una scelta precisa

Nel settembre del 1992 iniziai le superiori a Fermo e scelsi Ragioneria, indirizzo IGEA: Indirizzo Giuridico Economico Aziendale.

Fu una scelta abbastanza consapevole.

Mi piacevano moltissimo i computer, ma non ero il tipo da passare ore a scrivere codice e non volevo diventare un programmatore. Per questo non scelsi indirizzi più tecnici.

Il primo semestre dai nonni

Il primo semestre del primo anno lo passai praticamente a Fermo, a casa dei miei nonni. Vivevano a meno di cinquecento metri dalla scuola e i miei genitori pensarono che fosse la soluzione più comoda.

Il problema è che studiavo pochissimo.

In salone, sul tavolo più grande della casa, c’era il computer. E per me, in quel periodo, esisteva soprattutto quello.

La prima pagella di metà anno fu abbastanza eloquente.

Dopo averla vista, i miei genitori decisero che la parentesi dai nonni poteva considerarsi conclusa e tornai a Monte Urano.

Nei primi due anni studiavamo sia dattilografia sia informatica. L’informatica occupava poche ore a settimana e si lavorava anche con il Pascal, ma per me era comunque un modo per portare a scuola una passione che già vivevo ogni giorno a casa.

L’IGEA mi diede basi che negli anni si sarebbero rivelate molto utili: matematica, economia, diritto, informatica e una visione piuttosto concreta del funzionamento delle aziende.

A casa continuavo a usare moltissimo il computer. In quegli anni tra i ragazzi spopolavano Nintendo, PlayStation e le altre console.

Io una console non l’ho mai avuta.

Il mio mondo continuava a essere il PC.

Montecatini Terme

Al secondo anno partecipai, insieme a un piccolo gruppo di ragazzi della mia scuola, a una gara nazionale di dattilografia a Montecatini Terme.

Eravamo circa duecento ragazzi provenienti da tutta Italia.

Arrivai secondo, per pochissimo.

È una di quelle piccole soddisfazioni che ancora oggi ricordo.

1997 — Il diploma

Mi diplomai con 40/60.

Non è mai stato un mistero che alcune materie mi interessassero molto più di altre. Italiano, storia, inglese e francese allora non erano esattamente il mio terreno: mi attiravano molto di più le discipline tecniche e pratiche.

Curiosamente, alcune di quelle materie che da ragazzo sentivo lontane le avrei poi riscoperte e apprezzate molti anni dopo.

1997–1999 Dall’università al lavoro

Dopo il diploma mi iscrissi alla facoltà di Economia a Urbino. Diedi anche qualche esame, ma già nel 1998 decisi di lasciare l’università.

Non sentivo il bisogno di continuare per altri anni su un percorso accademico, né economico né informatico.

Avevo già una buona base, ma soprattutto sentivo che per me era arrivato il momento di entrare nel mondo del lavoro e fare esperienza sul campo.

Così iniziai a lavorare nell’azienda di mio padre.

1998–1999 Nell’azienda di famiglia

In azienda ero un po’ il jolly della situazione, ma finii naturalmente per occuparmi soprattutto di tutto ciò che aveva a che fare con la tecnologia.

Avevo un Pentium in ufficio, una connessione ISDN a 64k e parecchia libertà di sperimentare.

Mio padre e, più in generale, la mia famiglia non hanno mai frenato questa mia curiosità. Da giovane non mi hanno fatto mancare nulla e, per certi versi, posso tranquillamente dire di essere stato anche un po’ viziato.

Oggi mi rendo conto di quanto quella libertà e quelle possibilità mi abbiano aiutato.

128k — quando 64k non bastavano

Internet si pagava a tempo e riuscivo a far spendere a mio padre cifre non proprio trascurabili.

A volte utilizzavo entrambi i canali ISDN per arrivare a 128k. Oggi fa sorridere, ma allora sembrava velocissimo.

In una fabbrica che fatturava miliardi di lire, alla fine quelle bollette passavano quasi inosservate. E per me significavano soprattutto una cosa: poter continuare a sperimentare.

Il primo sito web

Cominciai a usare Internet anche per cercare nuove opportunità commerciali per l’azienda.

Pubblicavo annunci sui portali di settore e realizzai il primo sito web del calzaturificio con Microsoft FrontPage.

Era ancora tutto molto semplice, ma per me fu uno dei primi momenti in cui il computer smise di essere soltanto uno strumento da esplorare e diventò qualcosa da usare per creare nuove possibilità.

1999–2000 Quando cambia tutto

Verso la fine del 1999 la situazione dell’azienda di mio padre cambiò rapidamente. Alcuni clienti non pagavano più, le commesse dei grandi clienti diminuirono e il calzaturificio entrò in difficoltà.

Nello stesso periodo mio padre ebbe problemi di salute che lo costrinsero ad allontanarsi dal lavoro per circa un anno.

Fu un periodo complicato per tutta la famiglia e, da lì a poco, il calzaturificio chiuse.

Per fortuna mio padre si riprese bene. Oggi, nonostante l’età, è più attivo che mai e ha perfino trovato il modo di reinventarsi ancora una volta, diventando venditore di vini.

Io avevo poco più di vent’anni e, per la prima volta, dovevo decidere davvero quale strada prendere.

2000 Flyserv

Nel 2000 aprii a Monte Urano il mio primo negozio di informatica.

Si chiamava Flyserv.

In realtà definirlo semplicemente un negozio di computer sarebbe riduttivo. Vendevo praticamente tutto ciò che in quegli anni avesse a che fare con la tecnologia: computer assemblati, telefoni cellulari, decoder satellitari e altri prodotti che stavano entrando sempre di più nella vita quotidiana.

I decoder satellitari, in particolare, ebbero un successo enorme. Erano gli anni in cui molti li utilizzavano anche con schede pirata. Io non realizzavo né vendevo quelle schede, ma di decoder ne vendetti davvero tantissimi.

Parallelamente facevo assistenza soprattutto ai privati.

Poco alla volta iniziarono ad arrivare anche le prime aziende clienti. Una di quelle primissime realtà, Essegi Srl di Monte Urano, è ancora oggi un mio cliente.

Più di venticinque anni dopo.

Il primo PC assemblato

Un piccolo particolare: fino a quel momento avevo utilizzato computer, ma non ne avevo mai assemblato uno.

Ricordo ancora il primo PC che preparai per un mio caro amico.

Per controllare che tutto funzionasse accesi la macchina con un processore AMD senza montare la ventola di raffreddamento.

Il risultato fu molto semplice: bruciai il processore.

Dovetti ricomprarlo di tasca mia e quella prima vendita si trasformò praticamente in una rimessa.

Oggi ci rido, ma quell’episodio rappresenta abbastanza bene il modo in cui ho imparato moltissime cose nella mia vita: provando, sbagliando e riprovando.

Gli errori costano.
Ma spesso sono il modo più concreto per imparare davvero.

HDSL, LAN party e prime reti

In quegli anni portai in negozio una connessione HDSL da 2 Mbps. Per Monte Urano, all’epoca, era qualcosa di piuttosto raro: credo di essere stato tra i primi, se non il primo, ad averne una.

La utilizzavo per scaricare aggiornamenti, lavorare sui PC dei clienti e, naturalmente, anche per organizzare LAN party con gli amici.

Oggi può sembrare soltanto un gioco, ma mettere in rete diversi computer non era così immediato: bisognava configurare schede di rete, indirizzi IP, collegamenti, condivisioni e risolvere ogni volta i problemi che inevitabilmente saltavano fuori.

Senza rendermene conto, stavo già iniziando a mettere le mani su quella sistemistica di rete che negli anni successivi sarebbe diventata una parte importante del mio lavoro.

2002 Fermo

Nel 2002, anche grazie al lavoro come agente per conto di Telecom Italia, aprii un secondo negozio a Fermo insieme a mia sorella Ilaria.

Aveva da poco terminato gli studi di Ragioneria e iniziò a lavorare con me in questa nuova fase di Flyserv.

Il negozio era più grande e poteva contare su un bacino di clienti molto più ampio rispetto a Monte Urano.

Con il tempo concentrammo lì l’attività e chiudemmo il primo punto vendita.

SMAU 2002 — quando giocare online era ancora una cosa da fiera

In quegli anni, insieme al mio amico Marco, avevamo creato una squadra di giocatori online che chiamammo SOOL.

Ci teneva impegnati parecchio: molte sere finivano molto tardi, tra partite, allenamenti, configurazioni di rete e sessioni con altri giocatori.

Quello che per noi era nato soprattutto come divertimento ci portò, nell’ottobre del 2002, fino a SMAU a Milano, dove partecipammo come squadra a diverse competizioni nazionali.

All’epoca SMAU era una fiera enorme e un intero padiglione era dedicato al gaming online. Migliaia di ragazzi, squadre e giocatori si sfidavano su sparatutto, giochi strategici e titoli come Red Alert.

Io e Marco, del resto, a SMAU andavamo quasi ogni anno. Per noi era uno di quegli appuntamenti in cui potevi vedere da vicino tutto quello che stava cambiando nel mondo dell’informatica.

Nel 2002, però, non eravamo soltanto lì a guardare: eravamo dall’altra parte, a giocare.

Nove ragazzi in posa in un padiglione dello SMAU, molti con la maglietta del gruppo SOOL e il pass al collo; alle spalle le postazioni della gara e gli stand della fiera
SMAU, Milano, 26 ottobre 2002. Il gruppo SOOL: io sono quello in alto a sinistra.

2005 Un cambio di direzione

Nel settembre del 2005 arrivò un episodio che cambiò profondamente il nostro modo di lavorare.

Ricevemmo un controllo della Guardia di Finanza di Fermo, partito — per quanto apprendemmo all’epoca — dalla segnalazione di un concorrente locale.

Bisogna essere onesti nel raccontare quegli anni. Nel mercato informatico dell’epoca l’utilizzo di software non regolarmente licenziato era molto diffuso nei piccoli negozi di computer. Windows, Office, giochi, Photoshop e molti altri programmi circolavano con una leggerezza che oggi sembra difficile da immaginare.

Anche noi avevamo adottato pratiche che non erano corrette.

Quel controllo ci costò molto caro in sanzioni e mi portò personalmente a rimettere in discussione il modo in cui volevo lavorare.

Decidemmo quindi di chiudere il negozio. Io, da parte mia, sentii il bisogno di prendermi un po’ di tempo dall’essere imprenditore.

Ma soprattutto maturai una convinzione: non volevo più lavorare con il mercato dei privati. Il mio futuro sarebbe stato con le aziende.

2005–2006 Una parentesi da manager

Dopo la chiusura di Flyserv iniziai a lavorare come General Manager per un’azienda locale, seguendo la divisione informatica e telecomunicazioni.

Fu un’esperienza importante.

L’azienda era legata anche a un consorzio di esportazione e questo mi permise di conoscere molte aziende e molti imprenditori del territorio.

Il mio mondo iniziava definitivamente a spostarsi dal cliente privato alla piccola e media impresa.

2006 Monticelli

A fine 2006 decisi di tornare a lavorare per conto mio.

Questa volta con un’idea molto più precisa.

Aprii una nuova attività individuale con il nome Monticelli, completamente focalizzata sulle aziende.

Zero privati.

Telecomunicazioni

In quegli anni iniziai anche a spostare sempre di più il mio interesse verso il mondo delle telecomunicazioni.

Diventai reseller di telefonia.

Acquistavo traffico telefonico e lo rivendevo direttamente alle aziende clienti.

Successivamente iniziai a introdurre anche servizi di connettività ADSL e VoIP, quando erano ancora tecnologie relativamente nuove e certamente non diffuse come lo sono oggi.

2007 Una lezione che non ho dimenticato

Quando riaprii la mia attività nel 2006, una parte importante del lavoro era legata alle telecomunicazioni.

Non ero un operatore: lavoravo come reseller. Acquistavo traffico e servizi da altri operatori e li rivendevo alle aziende con il mio marchio.

Uno dei miei principali fornitori era Elitel.

Nel luglio del 2007 i problemi finanziari di Elitel esplosero in tutta la loro gravità. Il contenzioso con Telecom Italia da più di 100 milioni di euro portò alla disattivazione delle linee e, nel giro di pochissimo tempo, molti servizi smisero di funzionare.

Da un giorno all’altro molti dei servizi che avevo attivato ai miei clienti smisero semplicemente di funzionare.

Dopo quasi due anni di lavoro rischiavo di vedere compromesso tutto quello che avevo costruito.

Avevo aziende con telefonia, VoIP e connessioni che improvvisamente si ritrovarono senza servizio.

Fu uno dei momenti più difficili di quella fase della mia attività.

Un agosto passato a ricostruire

In quella situazione ebbi anche un po’ di fortuna: tutto accadde a ridosso delle ferie estive.

Mentre molte aziende rallentavano per agosto, io passai quelle settimane a cercare nuovi fornitori, spostare servizi e riattivare quello che era stato interrotto.

Piano piano riuscii a rimettere in piedi la situazione.

Non puoi costruire la tua azienda dipendendo completamente da un solo cliente o da un solo fornitore.

Era una lezione che, in modo diverso, avevo già visto nella storia dell’azienda di mio padre.

Anni prima il calzaturificio si era legato molto a un unico grande cliente, per praticità e convenienza. Quando quel rapporto venne meno, le conseguenze furono pesantissime.

Nel 2007 capii sulla mia pelle che lo stesso principio valeva anche dall’altra parte: affidare una parte così importante della propria attività a un unico fornitore poteva essere altrettanto pericoloso.

L’azienda

2010 Nasce la società

Il 27 ottobre 2010, insieme a Massimiliano Squarcia, fondammo quella che oggi è VAY Srl.

In realtà il nostro percorso insieme era iniziato già qualche anno prima. Massimiliano aveva cominciato a collaborare con me come commerciale e agente esterno, portando molti nuovi clienti e contribuendo in modo concreto alla crescita della mia attività.

Massimiliano aveva — e ha ancora oggi, nonostante qualche anno in più sulle spalle — una forte capacità commerciale e un rapporto naturale con le aziende. Io portavo l’esperienza tecnica, i clienti e tutto ciò che avevo costruito con Monticelli.

A un certo punto coinvolgerlo direttamente nell’azienda diventò quasi una conseguenza naturale.

Mettere insieme queste due esperienze ci permise di creare rapidamente una presenza forte sul territorio, rivolta soprattutto alle piccole e medie imprese.

All’inizio non cambiammo radicalmente quello che facevo già: continuammo sostanzialmente con informatica e telecomunicazioni, ma con una struttura societaria diversa e più possibilità di crescere.

Le trasformazioni vere sarebbero arrivate negli anni immediatamente successivi.

Tichecom

La società nacque con il nome Tichecom.

«Tiche» richiamava la dea della fortuna e della prosperità delle città, mentre «com» raccontava bene il nostro principale campo d’azione di allora: le comunicazioni.

2014

L’azienda

Phonia

Nel 2014 si presentò l’occasione di acquistare il dominio phonia.com.

In quegli anni ci stavamo concentrando sempre di più sul mondo delle telecomunicazioni e quel nome ci sembrò perfetto per rappresentare la direzione che stavamo prendendo.

C’era anche un motivo molto meno strategico: mio padre continuava a chiamare Tichecom «Tirchiecom». A un certo punto capimmo che forse era davvero arrivato il momento di trovare un nome più semplice.

Phonia era breve, memorabile e molto più coerente con ciò che facevamo.

Decidemmo quindi di cambiare nome: Tichecom diventò Phonia.

Quel brand ci avrebbe accompagnato fino al 2020.

La vita

Veronica

Nell’aprile del 2014 conobbi Veronica.

Con lei iniziò una fase nuova della mia vita, personale prima di tutto, ma che negli anni avrebbe finito per intrecciarsi anche con molte delle mie passioni e dei miei progetti.

Da lì sarebbero arrivati Yallers, tanta fotografia, idee condivise e molte altre cose che allora naturalmente non potevamo ancora immaginare.

E soprattutto una persona che ancora oggi mi sta accanto e riesce a seguirmi anche quando la mia testa è già qualche progetto più avanti.

2015 Yallers

Nel 2015 nacque Yallers.

All’inizio poteva sembrare uno dei tanti progetti nati dalla curiosità, ma nel tempo avrebbe avuto un impatto molto più importante nelle nostre vite.

Fotografia, territorio, viaggi, community, persone incontrate lungo il percorso.

Soprattutto, fu un progetto vissuto insieme a Veronica.

La storia di Yallers

2020

Il progetto

iMHO

Il 15 gennaio 2020 pubblicai il primo articolo di iMHO.

Era un progetto personale, nato dal bisogno di avere uno spazio mio dove fermarmi a scrivere ciò che pensavo, raccontare esperienze e mettere ordine nelle idee.

Il primo articolo si intitolava «Dove è finita la nostra umanità?» e, senza saperlo, arrivò poche settimane prima che il mondo cambiasse completamente con il Covid.

Negli anni iMHO è rimasto questo: un posto dove scrivere il mio punto di vista, senza la pretesa che sia una verità assoluta.

Leggi iMHO

L’azienda

Open Plug

Poi il mercato cambiò.

E cambiammo anche noi.

Dopo il Covid le telecomunicazioni non rappresentavano più il centro del nostro lavoro.

Sentivamo piuttosto la necessità di tornare alle origini: assistenza informatica, networking, sistemistica e gestione dell’infrastruttura tecnologica delle aziende.

Fu così che nacque Open Plug.

L’azienda

2025 VAY

Anche quel nome, con il tempo, iniziò a starci stretto.

La tecnologia stava accelerando ancora: intelligenza artificiale, automazione, robotica e nuovi strumenti stavano allargando enormemente il perimetro di ciò che potevamo fare.

Nel 2025 decidemmo quindi di cambiare ancora una volta.

Nacque VAY.

Un nome corto, facile da ricordare, sostenuto anche da un dominio altrettanto semplice come vay.it, ma soprattutto abbastanza aperto da non identificarci con una singola tecnologia.

Un dettaglio a cui tengo

VAY si pronuncia «VAI», non «VEI».

In fondo anche il nome racconta bene ciò che volevamo diventare: non rimanere confinati in quello che avevamo sempre fatto, ma continuare ad andare avanti.

Oggi Più idee che tempo

Oggi continuo ad avere più idee di quante riesca a realizzarne.

Alcune diventano aziende, altre progetti, altre restano esperimenti. Alcune partono dalla tecnologia, altre dalla fotografia, dalla scrittura o semplicemente dalla curiosità di capire dove può portare una nuova idea.

Nel frattempo continuo a lavorare, imparare, cambiare direzione quando serve e costruire cose nuove, spesso insieme alle persone che fanno parte della mia vita.

Oggi l’intelligenza artificiale, la robotica e tutto ciò che sta cambiando il rapporto tra persone e tecnologia mi incuriosiscono esattamente come mi incuriosivano quei primi computer tanti anni fa.

La curiosità mi ha guidato più di ogni altra cosa.

È quella che mi ha spinto a guardare un po’ più avanti, a imparare cose nuove, conoscere persone, far nascere idee e cogliere opportunità che probabilmente non sarebbero mai arrivate.

Per questo credo che non si debba mai smettere di essere curiosi.

Non è la fine della storia.
È solo il punto in cui sono arrivato.